Monsignor Marconi: «La Chiesa deve essere una casa per i giovani e un punto di riferimento per le famiglie»

CHIESA – Una società che cambia, giovani sempre più difficili da intercettare, famiglie alle prese con nuove fragilità e territori dell’entroterra che rischiano di perdere la propria identità. Sono alcune delle sfide che la Chiesa è chiamata ad affrontare in un tempo segnato da trasformazioni profonde, sul piano sociale e internazionale. A parlarne è monsignor Nazzareno Marconi, presidente della Conferenza episcopale marchigiana e vescovo di Macerata, nell’intervista a MaNews.

Il rapporto tra Chiesa e nuove generazioni è uno dei temi più complessi. Le modalità di partecipazione religiosa sono cambiate e le parrocchie si trovano a confrontarsi con ragazzi che vivono esperienze e frequentano luoghi diversi rispetto al passato. «Le persone non vivono più nello stesso posto: oggi vivi in un luogo, lavori in un altro, ti diverti in un altro. Questo soprattutto per i giovani è reale», osserva Marconi.

La strategia, secondo il vescovo, non può limitarsi a inseguire le nuove generazioni, ma deve puntare sulla creazione di ambienti nei quali possano sentirsi accolte. «I ragazzi di oggi sono sempre in giro, ma gli manca una casa: un posto dove si sentono voluti bene, capiti e accolti».

In questa direzione si inserisce l’esperienza degli oratori, che oggi funzionano con numeri diversi rispetto al passato, ma attraverso un rapporto più personale. Marconi cita le realtà di Recanati e Cingoli, dove accanto alle parrocchie sono nati spazi dedicati alle attività giovanili. A Recanati, ad esempio, un gruppo di ragazzi cura un blog e realizza video, trovando così un’occasione concreta di partecipazione. «Riusciamo a creare un rapporto con i giovani soprattutto ascoltandoli», sottolinea il vescovo. Un approccio che mette al centro le loro esigenze, anziché proporre modelli di partecipazione già definiti.

Un’altra questione centrale riguarda la famiglia, oggi esposta a difficoltà economiche, precarietà lavorativa e ritmi di vita sempre più impegnativi. Per Marconi, la famiglia continua a rappresentare uno dei fondamenti della società, in un contesto che tende invece a mettere al centro il singolo individuo. «La Chiesa continua a credere che a partire dagli individui non costruisci niente: prima bisogna costruire dei nuclei che tra loro si sostengano e si capiscano».

Il primo passo, tuttavia, è evitare giudizi. Le coppie devono affrontare problemi lavorativi, difficoltà nella gestione del tempo e una quotidianità che lascia sempre meno spazio alla vita familiare. Anche la domenica, tradizionalmente considerata il giorno dedicato alla famiglia, non sempre riesce a svolgere questa funzione.

Da qui il richiamo a una collaborazione tra Chiesa e istituzioni per costruire forme di sostegno realmente rispondenti ai bisogni delle persone. «È importante che chi ha a cuore la famiglia faccia di tutto per offrire sostegni chiari, secondo quello che la famiglia chiede e non secondo quello che ci immaginiamo noi». Un principio che, secondo il vescovo, deve partire dalla capacità di ascoltare le situazioni concrete, senza dare per scontato quali siano le necessità di chi attraversa un momento di difficoltà.

A dieci anni dal terremoto del 2016, il tema della ricostruzione resta particolarmente importante per le Marche e per l’Appennino centrale. Ma il recupero degli edifici, da solo, non può garantire il ritorno delle persone nei territori colpiti. Marconi invita a guardare oltre la dimensione materiale: «Non puoi sperare di avere presenza delle persone nei territori segnati dal terremoto se non gli dai una prospettiva lavorativa e una prospettiva di vita».

Le esigenze di chi vive oggi nelle aree interne, osserva, sono profondamente diverse rispetto a quelle di vent’anni fa. Per questo il vescovo manifesta dubbi sulla possibilità di ricostruire comunità in tutti i piccoli centri e invita a concentrare gli sforzi sui nuclei più significativi dell’entroterra, dove sia possibile mantenere servizi e favorire una presenza stabile.

Il lavoro diventa quindi una condizione indispensabile per la rinascita. Tra le ipotesi indicate da Marconi c’è anche quella di valutare la possibilità di dislocare nelle aree più isolate alcune attività produttive che, per ragioni di sicurezza o organizzative, non possono più trovare spazio nei centri urbani. «Dove c’è lavoro la gente va», afferma, richiamando la necessità di costruire progetti concreti e non limitarsi alla ricostruzione fisica degli immobili.

Il vescovo invita inoltre a considerare i cambiamenti demografici e la presenza di persone provenienti da altre parti del mondo. L’arrivo di nuovi abitanti, secondo Marconi, non può essere affrontato come un semplice trasferimento verso le zone interne, ma deve inserirsi in un progetto capace di offrire lavoro, integrazione e reali prospettive di vita.

Lo sguardo si allarga infine allo scenario internazionale, segnato da guerre e tensioni geopolitiche. In un contesto nel quale sembrano prevalere il peso economico e quello militare, il ruolo della Chiesa resta quello di richiamare al dialogo e alla responsabilità. Per Marconi è necessario innanzitutto contrastare l’abitudine a considerare la guerra anche come un’opportunità economica. «Più ci abituiamo a un’economia di guerra, più ragioniamo sul fatto che la guerra fa guadagnare e più la pace si allontana».

La costruzione della pace passa dalla capacità di favorire il dialogo tra i popoli, ma anche dal superamento delle profonde disuguaglianze che attraversano la società. Non può esserci una convivenza stabile, sottolinea il vescovo, se alcune popolazioni continuano a essere sfruttate mentre altre vivono in condizioni di grande privilegio. «Cominciare a fare un po’ di giustizia all’interno della società dove viviamo è già un passo verso la pace», afferma.

Nel suo ragionamento trova spazio anche un richiamo alle forme di protesta e alla partecipazione dei giovani. Marconi critica le manifestazioni che degenerano in violenza e danneggiamenti, evidenziando la necessità di accompagnare la rivendicazione dei diritti con la consapevolezza dei doveri e delle responsabilità.

Dai giovani alle famiglie, dalle aree terremotate ai conflitti internazionali, il filo conduttore del messaggio del vescovo è la necessità di ricostruire relazioni e comunità. Un percorso che richiede ascolto, attenzione alle fragilità e soprattutto risposte concrete alle esigenze delle persone.